L'antica parrocchiale di San Zenone

È documentata, nelle carte dell'Archivio Storico Diocesano, l'esistenza di una chiesa più antica (un mattone, inserito nella muratura del campanile, porta graffita la data 1414), che nel 1580 è indicata come parrocchiale ed è intitolata a San Zenone (Registro Iriventari-Visite pastorali).

Risulta dotata di tre altari: del Santissimo Sacramento, della Madonna e del Santo titolare. A ciascun altare corrispondono particolari privilegi: «Tre privilegi ottenuti per tutti e tre li Altari della suddetta parrocchiale, con li giorni destinati, cioè il lunedì per l'altar maggiore per li ascritti nella Compagnia del SS.mo Sacramento, il venerdì per l'altare di San Zenone per li ascritti nella Compagnia della Dottrina Cristiana, ed il sabato all'altare della B.ma Vergine del SS.mo Rosario per li ascritti nella suddetta Compagnia [...]» (Inventario 1758 [?]).

Probabilmente in seguito alla soppressione delle confraternite, quando all'inizio dell'Ottocento l'oratorio di San Rocco veniva classificato come sussidiario della chiesa parrocchiale, la devozione di San Rocco passò  anche sulla chiesa maggiore affiancandosi a quella di San Zenone.

 

La chiesa ottocentesca dei Santi Zenone e Rocco

Nel 1824 1a chiesa vecchia minacciava rovina e si decideva una ricostruzione quasi totale che si compiva tra il 1838 e il 1839. Venivano conservati solo il campanile e la parte absidale della chiesa più antica oggi utilizzata come cappella laterale, dedicata alla Madonna.

Alla nuova chiesa, di maggiori dimensioni, viene dato un diverso orientamento: la facciata è rivolta verso nord, cioè verso il paese, e può aprirsi su un ampio sagrato. Realizzata a spese del Comune, è dunque ottocentesca, di un tardo neoclassicismo che si nutre alla lezione rinascimentale. La facciata è scandita, in corrispondenza della navata centrale, da paraste binate d'ordine gigante che reggono trabeazione e timpano, e da paraste di ordine minore nelle ali che corrispondono alle navate laterali, secondo uno schema che si afferma a partire dal Cinquecento ed è caro ad Andrea Palladio.

 

 L’oratorio di San Rocco 

La prima notizia scritta dell'oratorio di San Rocco, è dell'anno 1568 quando a Magherno arriva in visita pastorale il Vescovo Mons. Ippolito De Rossi il 21 marzo di quell'anno, un martedì.

Il De Rossi è definito "Episcopus associatus" dallo zio GianGerolamo Vescovo di Pavia, ma non consacrato; fin dal 1564 era stato associato a Pavia come Vescovo Coadiutore. 

Oltre la chiesa parrocchiale, visita il piccolo oratorio di San Rocco, situato nella piazzola del paese e lo trova "aperto e soleato". Si nota come nel detto oratorio si dice la Messa e vi siano suppellettili sufficienti. Forse vi intervengono giovani di "mala condizione" che per la prossima Pasqua dovranno confessarsi e comunicarsi.

Poche notizie, ma sufficienti per dirci che l'oratorio già esisteva, forse da qualche decina di anni e su di esso ricostruito in seguito un altro in forma migliore. 

Nel secolo seguente, il 29 ottobre 1645, l'oratorio è visitato dal Vescovo Gian Battista Sfondrati che lo trova "ornatum satis in praesenti forma", cioè in buon stato, chiuso con mura per tre parti e con due campane.

In questa visita sono espresse la data di fondazione di due confraternite devozionali: quella del S.S. Sacramento eretta il 17 giugno 1608 e quella del S. Rosario eretta il 7 maggio 1615. Non si segnala quella dei Disciplini di San Rocco, confraternita a carattere penitenziale nata forse nella metà del Seicento, gli associati detti Disciplini non usavano più la flagellazione volontaria.

I Disciplini vestiti di sacco, con cappa bianca, si riunivano nelle feste, nel loro oratorio per la recita dell'Uffizio della Vergine e dei Defunti. Affiatati tra loro, spesso riuscivano a rifiutare, nonostante decreti vescovili severissimi, l'obbedienza al Vescovo o al Parroco, formando "una ecclesia in ecclesia". Ebbero in proprietà l'oratorio di San Rocco.

 

Curiosità

I maghernini sono chiamati dagli abitanti di Vidigulfo "pescatori della luna", secondo una leggenda popolare. In una notte di luna piena un contadino, forse un po' alticcio, scambiò l'immagine della luna, riflessa nelle acque di un canale, per una grossa forma di cacio. Corse quindi a casa per prendere gli arnesi per pescarla. Ma il giovanotto fece rumore, destando i vicini, i quali si affacciarono e vollero sapere. Dopo averlo accompagnato sul posto si misero a rastrellare anch'essi con pertiche il fondo del canale, sperando di trarne quella che avevano scambiato per una forma di cacio. Ma l'immagine scomparve, prima velata dall'acqua ormai resa torbida e melmosa, infine nascosta da una nube che aveva coperto la luna ed oscurato la terra. 

Polizia Locale Linea amica 
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